Equo compenso ai giornalisti, è davvero necessaria una legge?

Riporto qui il post del blog “Parola di Pierpixel” pubblicato sul giornale Siracusa Online.

La scandalosa situazione che vede protagonista gran parte dell’editoria italiana online (ma non solo), abituata a cascare dalle nuvole quando un redattore o un giovane giornalista osa chiedere un compenso superiore all’euro/euro e cinquanta per i pezzi che scrive, pare essere arrivata ad un punto di svolta.

Forse si doveva davvero toccare il fondo per far smuovere gli organi competenti, a cominciare proprio dal mussoliniano ordine di categoria (non è un’offesa, è stato veramente istituito dal Duce nel 1925 con chiare finalità di controllo) per finire con la Federazione Nazionale della Stampa.

Il problema è noto: un editore lancia una testata e, con il miraggio dell’ambita iscrizione all’albo dei Pubblicisti, arruola giovani redattori sottopagandoli o addirittura totalmente gratis.

Le scuse sono sempre le solite: non ci sono risorse, la raccolta pubblicitaria non paga, “intanto acquisisci visibilità”, ecc. Inoltre, ad aggravare la situazione e visto che ogni ordine regionale pretende (giustamente) delle prove di avvenuto pagamento prima di accettare l’iscrizione di un nuovo membro, spesso i redattori che volessero ottenere l’ambita “tessera” devono pagarsi le ritenute d’acconto direttamente di tasca propria (e queste porcate succedono tutt’oggi, anche in realtà locali o nazionali apparentemente solide).

Il problema è che scrivere, piaccia o no, impiega tempo e fatica, di natura certamente mentale ma per questo non meno “degna” di valutazione economica. Scrivere è dunque un lavoro a tutti gli effetti e, come tale, dovrebbe essere retribuito secondo le leggi già in vigore senza, per questo, destare scandali di sorta.

Ma perché questo non avviene?

I problemi sono molti e di difficile soluzione ma la colpa, è meglio metterlo subito in chiaro, non è solo degli editori. E’ infatti vero che se non si possiedono le risorse adatte e si lancia un giornale sapendo che bisognerà cercare qualcuno disposto a scrivere gratis, si parte già con il piede sbagliato; ma è anche vero che chi si mette a disposizione per poco più di un euro al pezzo non può certo dire in giro di avere un lavoro e sicuramente non sta facendo del bene alla categoria.

E’ una questione prima di tutto di dignità: davvero il tempo che impieghi per cercare la notizia, rielaborarla, formattarla, pubblicarla vale così poco? Davvero credi che una testata con gli sponsor in home page sempre in bella vista non sia in grado di pagare magari meno persone ma in maniera dignitosa? Secondo te perché molti editori “assoldano” (si fa per dire) anche 16enni magari di belle speranze ma dallo stile decisamente pietoso? E perché una volta raggiunta una certa maturità, il 99% di questi giovani abbandonano le testate “sfruttatrici” preferendo una vita da freelance o addirittura cambiando proprio mestiere, sperando magari in un posticino in un ufficio stampa?

La soluzione individuata per questo problema è stata, come al solito, di natura legale: obbligare un’azienda, in questo caso un editore, a pagare per forza un tot per ogni articolo sembrerebbe infatti l’idea più intuitiva ma forse rischia di essere ancora più controproducente.

Ci si potrebbe trovare infatti in una situazione tale per cui le testate, essendo costrette a pagare una cifra appunto equa, smettano di chiamare i giovani e decidano di affidarsi invece a volti più noti e sicuri, all’insegna del ragionamento tutto italiota “pago ma almeno ho una firma di prestigio”.

Ancora meno ricambio generazionale e una gerontocrazia addirittura più spinta di adesso: sono due rischi che il sistema, già al collasso, non può correre.

La soluzione che invece potrebbe riuscire a calmierare la grave situazione riguarda prettamente la deontologia di un giornale, quell’insieme di norme più morali che legali a cui in linea teorica un giornalista deve obbligatoriamente attenersi.

Basterebbe infatti che, per ottenere un qualunque tipo di accredito e per esercitare quindi il diritto ad informare i cittadini, ogni testata registrata al tribunale competente dimostrasse di essere in regola con i pagamenti dei suoi collaboratori. Nessuna nuova legge, nessun codice speciale: esiste un tariffario (che può essere rivisto al ribasso al rialzo, questo poi si vedrebbe successivamente) e la testata vi si deve attenere. Un apposito certificato, rilasciato dall’ente previdenziale in tempo reale e in forma telematica, valuterà la regolarità dei contributi e delle eventuali ritenute d’acconto versate per i giornalisti.

Di conseguenza, solo i giornali con tutti i redattori regolarmente pagati e in regola con i contributi potranno esercitare attivamente la loro professione. Naturalmente questo discorso andrebbe considerato solo in caso di testate registrate, mentre per blogger o altre realtà del web il libero accesso agli eventi dovrebbe essere, a parere di chi scrive, una normale prassi.

Insomma volendo gli strumenti per mettere fine a questa piaga esisterebbero già; il nostro consiglio, visto che il sottoscritto ha vissuto pienamente tutte le fasi sopra descritte, è di resistere alla tentazione enon scrivere per editori poco seri che non rispettano il vostro lavoro. Piuttosto aprite un blog e curatevelo, magari con il tempo qualcuno di serio potrebbe notarvi e così potrete avere finalmente un’opportunità di lavoro nel campo dell’editoria.

In ogni caso, DIFFIDATE DAI CIALTRONI!


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