dieta

Eh sì, lo ammetto: sono anch’io “diversamente snello”.

Non me ne vanto, ma neppure ne faccio un dramma. Non ho nessuna malattia o disfunzione, a parte le solite “ossa grosse” per intenderci…semplicemente, mi piace la buona tavola e non mi piace troppo fare sport.

A differenza di moltissimi giovani e meno giovani amanti di improvvisazioni alimentari o seguaci delle mode del momento, io ho una buona esperienza alle spalle legata a dietologi, nutrizionisti, esami svolti ecc ecc e posso dire che, se fatta bene, una dieta funziona.

In particolare, ho individuato 10 segnali che dimostrano il funzionamento della dieta, senza ovviamente ricorrere alle pesate ossessivo-compulsive, tipo quelle pre e post evacuata ad esempio. Per esperienza personale anzi, consiglio le pesate al massimo due volte al mese, o se proprio non potete farne a meno ogni sabato mattina, sempre e solo post-deiezione.

Ma veniamo a questi benedetti 10 segnali di buon funzionamento:

1) Vi alzate da tavola con la fame. Intendiamoci, le verdure e la frutta vi saziano, ma non vi fanno di certo passare la “fame” in senso godereccio. Anzi, per dirla come in un famoso spot, la vostra “non è proprio fame, è più voglia di qualcosa di buono”. Lo so io di cosa avete voglia: avete voglia di unto, fritto, zuccheroso. In una parola, di cibo “porcoso”. Fatevela passare.

2) Uscite di meno, e quasi mai a colazione/pranzo/cena fuori. E’ inutile, le tentazioni per chi abita in certe parti d’Italia sono sempre dietro l’angolo. Io, che scrivo dalla Sicilia, vengo investito ogni 30 secondi da profumi di rosticceria, pasticceria, take away ecc ecc provenienti da bar, panifici e tavole calde. Una via Crucis della panza. In più, per motivi di lavoro, spesso si incontrano moltissime persone in un bar o al ristorante. E capisci così meglio il contrappasso dantesco. P.S: c’è un risvolto positivo da sta situazione: spendete di meno, il che non guasta mai.

 3) Siete meno allegri. Purtroppo è un dato di fatto: il buon cibo, soprattutto se condiviso, porta gioia e allegria. Ma se il tuo amico o peggio il tuo partner ordina una capricciosa con una porchetta sopra, restando uno stecchino ignobile, e tu la margherita senza olio e con poca mozzarella, ti sale la bestia. Non c’è proprio un cacchio da ridere.

4) Guadagnate buchi della cintura. Il primo un po’ lo rubi: stringi fin quasi a soffocare ma finalmente puoi dirlo, “ho un buco di cintura guadagnato”. Pian piano invece lo sforzo per chiudere i pantaloni si fa meno stressante e non ci pensi più. Dopo 10 giorni riprovi a guadagnarne un altro, soffochi di nuovo ma ce la fai. Insomma, un traguardo per ottenere più buchi, il che per una volta non è una cosa sconcia da dire.

5) (Conseguente del 4) i vestiti ti stanno più comodi. Hai l’armadio non diviso a stagioni, ma a taglie. Da una parte le cose di quando eri soltanto un po’ sovrappeso, dall’altra quelle di quando influenzavi la forza di gravità terrestre. Nel mezzo, il limbo delle taglie di transizione. Ogni capo, spesso dal dubbio, gusto, segna un traguardo: “hai visto, adesso mi entra!”, oppure “questo mi sta comodissimo ora!”. Piccoli obbiettivi che ti aiutano ad andare avanti.

6) Fate la pipi trasparente. La prima volta mi sono preoccupato, poi la volevo imbottigliare, ma state tranquilli, la pipì chiara è indice di un’ottima idratazione e che i reni funzionano benissimo. Grazie al caxxo, pensi tu, non mangio nulla! Ed è vero, ma è anche colpa dell’aumentata dose di frutta e verdura, ricche di acqua. Un segnale che il tuo corpo ti sta ringraziando. Il tuo spirito invece è nerissimo (punto 3).

7) Dormite meglio. Dopo esserti scofanato l’impossibile di sera, la notte (se hai superato i 30 e i 100…) diventava ottimo periodo per riflettere sulla vita e creare nuovi progetti. Per fare di tutto insomma, tranne che per dormire. Pesantezza, acidità, sofferenze varie. E se arrivi ad addormentarti russi peggio di un trattore. Adesso invece vai sì a letto sostanzialmente insoddisfatto, ma almeno dormi come un tranquillo ghiro. Ci può stare, dai.

8) Fare le scale non vi trasforma più in Dart Fener. Io penso che il rapporto con lo sport non può avere sfumature: o si ama o si odia. In generale io lo odio, ogni tanto lo faccio per dovere e non certo per piacere. Però a malincuore ve lo devo consigliare, naturalmente senza esagerare. Dimagrendo poi, vi accorgerete che una rampa di scale, che prima provocava ansimi da “signore oscuro” di Guerre Stellari, adesso va via più liscia. A meno che non siate fumatori, in quel caso smettete, subito, perché tra fumatore accanito e grasso resta con più capacità polmonare il grasso (esperimento empirico fatto con una magrissima fumatrice dal sottoscritto).

9) (Per gli uomini) Tornate a rivedervi il pipino. Sono momenti emozionanti: dagli stimoli tattili riattivate anche il senso più importante, la vista. Neppure ve lo ricordavate come era fatto, l’attrezzo lì sotto. La panza ne oscurava la presenza, tanto da dubitare della sua esistenza in certe occasioni. E invece esiste, e adesso potete prendere la mira in bagno attivando anche i radar ottici.

10) Il vostro partner non lo ammetterà mai, ma vi troverà più attraente. Ve ne accorgerete da piccoli segnali: ad esempio non vi manderà più a cercare un pezzo di lavoro ad ogni tentativo di approccio sessuale, o ad incrementare la vostra produttività se avete la fortuna di averne uno. Improvvisamente vi abbraccerà più spesso e, udite udite, non farà più finta di non conoscervi in pubblico. Un piccolo passo per uno a dieta, un grande passo per l’umanità.

BUONA DIETA A TUTTI E…NON MOLLATE!

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Oggi partiamo con un’invettiva, la prima del “nuovo corso” di questo insulso blog.

Tu, improvvisato social manager, ti dividi in due categorie.

La prima, meno grave perché il danno lo fai a te stesso, è quella dell’ IMPRENDITORE TUTTOLOGO. Tu sei il numero uno nel tuo campo, hai fatto tutto da solo, non hai bisogno di nessun altro se non del commercialista e degli impiegati per la manovalanza.

Tutto il resto, la fase creativa e di marketing è roba tua, pagare uno “per chattare su Facebook” non ti passa neppure per l’anticamera del cervello. E allora ti fai la pagina, metti foto dal dubbio gusto, metti mi piace ai tuoi stessi post, magari scritti tutti in maiuscolo, il cui contenuto si limita ad evidenziare quante cose belle vendi e quanta merda vendono gli altri. Oppure ogni tanto metti una foto di un tramonto, di un paesaggio o cose simili, romantiche, e aggiungi sotto la frase “il tramonto è bello, ma seduto sui miei pezzi sanitari ancora di più” . Spammi i tuoi cessi ovunque, tutti i gruppi e le pagine imparano ad odiarti ed evitarti…ma tu sei contento, perché sei il Social Media Manager di te stesso. E meno male, aggiungiamo noi.

L’altra categoria è quella più grave, quella fintamente professionale: LO SCASSABALLE SOCIAL, detto anche taggatore folle. Lui non crea contenuto adatto alle tue esigenze, no. Lui opera alla stessa maniera sia che vendi cessi, come prima, sia che tu possieda la prima pizzeria della città. Scrive che i tuoi cessi sono il top, la tua pizza il top, tagga ignari cristiani (musulmani, indù, buddisti, atei, ecc) disturbandoli a morte e così è convinto di avere migliorato la tua immagine, non sapendo che il pensiero preminente è “ah questo è il locale pubblicizzato da quello scassapalle, me la farò alla larga”.
Al contrario del personaggio precedente, costui fa danno triplo: agli imprenditori che malauguratamente si sono fidati di lui, ai suoi amici e ai membri di gruppi e pagine che infesta e ai suoi “colleghi”, quelli seri e professionali, che per fare un post decente impiegano tempo e preparazione, per documentarsi e trovare informazioni interessanti, immagini accattivanti o video divertenti senza essere volgari. Senza contare che spesso si accontenta di un tozzo di pane, a fronte del giusto costo dovuto a chi questo lavoro lo fa per bene.

Ai Social Manager improvvisati dico però anche grazie: senza di voi infatti, chi è bravo veramente non riuscirebbe a spiccare.

Se ti interessa approfondire la tematica, seguimi su Twitter e Facebook!

Ogni tanto mi piace scendere un po' nel particolare e analizzare alcune situazioni della mia città di origine, Siracusa, piccola ma “smart” grazie all'ingresso nella sperimentazione del CNR.

Oggi parliamo di co-working, l'intelligente pratica di condividere uno spazio di lavoro, per risparmiare sui costi di gestione di un ufficio e, soprattutto, per poter mettere in comune con altri idee e progetti, in modo da creare una rete di intelligenze e professionalità utili per la propria crescita lavorativa.

Tutto molto bello, direbbe Bruno Pizzul, se non fosse che in realtà la cosa non funziona granché bene…per lo meno proprio a Siracusa.

Tuttavia, in un contesto in cui la stragrande maggioranza dei giovani, una volta terminato il percorso di studio, si trovano loro malgrado ad essere precari o freelance, l'humus teorico sul quale può attecchire l'idea di lavoro in comune sembra esserci tutto.

Allora, quali possono essere i motivi di questo atteggiamento tutto sommato diffidente? Provo a rispondere, senza ovviamente presunzione di infallibilità.

1) Il co-working è comodo, ma casa di papà e mamma ancora di più

Tutti i freelance cominciano a lavorare nella propria stanzetta, poi si spostano in qualche sala più grande, infine in garage, adattandosi in un continuo compromesso tra comfort, privacy e praticità. Queste soluzioni, seppur scomode all'apparenza, hanno in comune una cosa: le utenze (luce, acqua, internet) e l'affitto/mutuo li pagano papà e/o mamma, cosa che rende il luogo di lavoro gratuito…e quindi misteriosamente più confortevole.

2) L'obiettivo resta l'ufficio/studio personale

E' inutile, fa troppo figo dire “vado nel mio ufficio, vediamoci nel mio studio”. Il pensiero di molti giovani siracusani è quello di spiccare da subito il grande salto, senza ricorrere a soluzioni ritenute, erroneamente, “accattone”.”Se devo uscire di casa e pagare – pensano molti di questi giovani professionisti – tanto vale aspettare ancora un po' e aprirmi qualcosa di mio”. La mentalità dei “ciuci” (traducibile con “ostentazioni” più o meno) che tanto male ha fatto e continua a fare a questa città.

3) Il co-working è caro!

Questo dipende ovviamente dal tipo di co-working che andrete a scegliere ma, in linea di massima, tutte le strutture offrono soluzioni molto flessibili, dal pagamento a ore effettive di utilizzo fino ai vari forfait, che possono arrivare al mese intero. Ad esempio, in molti casi con 300 euro mensili è possibile utilizzare tutte le opportunità offerte dalla struttura, che non sono la semplice scrivania con il collegamento ad internet, ma possono includere spazi comuni, sala riunioni e/o conferenze, giardino, cucina ecc. Certo, a prima vista può sembrare caro, ma provate ad affittare un bilocale uso ufficio in zone decenti, aggiungete luce, acqua, internet e telefono, sommate la Tari e parte della Tasi (a carico degli inquilini) e poi ditemi cosa è più caro!

4) Non ho un cacchio da condividere!

Ecco una delle pecche ataviche del siracusano: si crede l'ultimo dei mohicani in tutto quello che fa, come lui non c'è nessuno e, di conseguenza, non ha nulla da condividere perché ce la può fare da solo. E allora si apre la ditta individuale, si fa ammazzare di contributi Inps e spera di aggredire il mondo del lavoro solo perché è bravo…sbagliato! Peggio ancora se sei bravo per davvero: da solo, non vai da nessuna parte. E' la rete che ti spinge.

5) Il siracusano peggiore: l'invidioso e il diffidente

Questo è, ahinoi, uno degli elementi che più ci contraddistingue nel mondo. Mentre infatti al punto 4 si parlava di un professionista che non pensa sia necessario condividere le proprie idee e contatti perché sostanzialmente si ritiene in grado di “sfondare” da solo, in questo punto ci riferiamo a coloro i quali non vogliono in nessun caso operare in rete, se non con persone strettamente fidate e facilmente “gestibili”. Sono “le eminenze grigie”, quelli del cerchio magico, personaggi che rappresentano tutto il peggio che la città ha dato in questi anni. A costoro non interessa il networking, interessa arricchirsi a scapito degli altri e pertanto sono incompatibili con l'idea stessa di co-working. Meglio tenersene alla larga!

A Siracusa però le strutture di co-working, generalmente posizionate in posti molto belli o storici, in attesa dell'esplosione (che prima o poi verrà, ne siamo sicuri!) si sono sapute reinventare come sede di eventi e attività formative.

Attività che vi invitiamo a seguire attraverso gli annunci che sono solito diffondere dal mio account Twitter e dalla pagina Facebook!

 

Grandissimo successo stanno riscuotendo alcune particolari pagine Facebook dal titolo evidentemente demenziale, quasi senza senso.

Parliamo ad esempio delle pagine intitolate “La stessa foto di….. ogni giorno”, un universo di citazioni legate a personaggi dello spettacolo o della politica certamente noti ma non sempre apprezzati per la loro produzione artistica o istituzionale.

L’esempio più eclatante, passato agli onori delle cronache grazie al Trio Medusa su Radio DeeJay,  è quello legato alla pagina “La stessa foto di Toto Cutugno ogni giorno“, una celebrazione semiseria dell’artista italiano simbolo degli anni 80 (insieme forse ad Albano e Romina), quasi assente ormai dalle tv italiane ma divo incontrastato nella Russia di Putin.

In quella pagina Facebook l’amministratore, ogni giorno, posta appunto la stessa foto del cantante, tra l’altro una delle meno riuscite e inespressive; ecco l’immagine incriminata:

toto cutugno

Nient’altro. Questa è l’unica attività che svolge la pagina, aggiungendo ogni tanto la medesima foto in risposta ai commenti degli utenti.

I numeri raggranellati però sono ottimi: oltre 38 mila “Like” in pochissimo tempo, circa 90 condivisioni con oltre 3500 mi piace per ogni post (sempre identico, come abbiamo detto) con centinaia di commenti. Insomma, l’interattività che ogni Social Manager si sogna per le proprie pagine, ottenuta con il minimo sforzo!

Ma qual è il segreto del suo successo? La risposta, purtroppo, non può essere scontata né facile (altrimenti avremmo la ricetta della viralità, che come sapete non esiste!), tuttavia proveremo a dare qualche interpretazione.

Per prima cosa, l’idea è (era) originale: pagine fan dedicate ad ogni cantante esistente ce n’è tantissime, ma nessuna aveva trovato il modo di distinguersi. Postare sempre la stessa foto, anche se brutta, è comunque un metodo per spiccare tra la massa.

Poi c’è il personaggio, Toto Cutugno, che rappresenta un unicum: è indubbiamente una star, tutti conoscono le sue canzoni, ma ha perso col tempo l’autorevolezza mediatica, facendo diventare sempre più rade le sue apparizioni a scapito dei fenomeni e delle meteore uscite da talent e costruite a tavolino dai manager. Toto è un professionista, senza possibilità di smentita, ma è anche indubbia la perdita del suo appeal. Tranne in Russia, come detto, dove stravince con Albano anche nei confronti di Lady Gaga.

Terzo elemento è la goliardia, la voglia di scherzare e di prendere bonariamente in giro un personaggio che resta l’incarnazione dell’italiano medio, quasi un mito. Sono tante le pagine che esagerano nel fare satira ma in questo modo, pur ovviamente scherzando, la figura di Cutugno ne esce anche, in minima parte, rispettata e rivalutata.

Ultima ma più importante considerazione  è che questa pagina, praticamente priva di contenuti, è in realtà una fabbrica attiva e sempre all’opera di contenuti divertenti e originali.

No, tranquilli, non c’è nessun errore. Per comprendere appieno questa affermazione basta infatti scorrere i commenti sotto una qualunque delle foto postate, trovando così all’opera decine di grafici impegnati nell’inserire il volto di Toto Cutugno in contesti sempre divertenti.

Oltre ai lavori grafici anche i commenti scritti si rivelano a volte delle vere e proprie perle, un’occasione per mettersi in mostra grazie al proprio senso dell’umorismo.

Insomma, anche se apparentemente queste pagine sembrano un’offesa a chi sui social investe tempo e denaro per la produzione di contenuti di qualità, non tutto il male viene per nuocere; la prospettiva è cambiata, si stimolano cioè gli utenti a creare i contenuti, ma resta all’amministratore  il fondamentale compito di trovare l’idea geniale e originale.

Vi lasciamo ad una carrellata di immagini tratte dai commenti a “La Stessa foto di Toto Cutugno ogni giorno”:

 

toto twilight

toto de filippi totano et toto dado cutugno

 

 

 

 

cutugnolo brodo cutugno

 

 


La settimana scorsa a Siracusa si è svolto un interessante incontro, organizzato tra gli altri da CNA, Coldiretti, Università Ca’ Foscari e fondazione Symbola, nel quale abbiamo avuto modo di incontrare anche Diego Ciulli, ‎Senior policy analyst di Google.

Una giornata intensa, passata alla Camera di Commercio di Siracusa, occasione per conoscere gli operatori della comunicazione cittadini e scambiarci impressioni e consigli.

Nel pomeriggio, alcune figure di Seat Pagine gialle hanno anche fatto una breve introduzione sull’importanza della comunicazione online e sui Social Media; in particolare, uno dei relatori si è soffermato sulla comunicazione politica in relazione all’utilizzo dei Social Network, portando come esempio numerosi casi che ne dimostravano la stretta connessione.

Tuttavia, gli esempi portati dal relatore, per quanto singolarmente validi, non possono (almeno per il momento) essere applicati alla realtà siciliana.

Analizzando infatti i dati delle ultime due principali elezioni avute nella nostra isola, le Regionali del 2012 e le Amministrative del 2013, possiamo immediatamente evidenziare come non sempre, anzi quasi mai i candidati più “socialmente” attivi sul web siano stati eletti.

Per rinfrescarvi la memoria, riporto qui un estratto da un articolo scritto il giorno dopo delle scorse regionali su Siracusa Online:

“[...]Il ruolo dei Social Network nel mondo sembra ormai consolidato, anzi li diamo quasi per scontati: basti pensare alla “primavera Araba” (o almeno alla sua fase iniziale, quella ricca di speranze) o alle presidenziali americane, con Obama pioniere e vincitore alla grandissima sotto questo punto di vista.

Eppure, le ultime due tornate elettorali che hanno coinvolto il nostro Paese hanno segnato al contrario una sconfitta di chi ha basato principalmente sui canali sociali la sua campagna elettorale.[...]

Se vi va, leggete qui per l’intero l’articolo, contestualizzato ovviamente al 2012.

Nonostante i due anni passati, gran parte del contenuto risulta ancora adesso condivisibile; la vittoria di Renzi alle Primarie prima e la sua ascesa a Palazzo Chigi poi sono state certamente aiutate dall’utilizzo spasmodico di Twitter, ma i numeri elettorali, quelli del consenso, dipendono ancora in larga parte dalla comunicazione televisiva  e dai giochi, non sempre trasparenti, delle segreterie politiche. A tutto questo va poi aggiunta la sfiducia degli italiani nella precedente classe politica e la quasi assenza di reali competitor per l’ex sindaco di Firenze. Un mix comunicativo esplosivo che ha spinto il suo partito a sfondare il muro del 40%.

In Sicilia però agisce anche il subdolo meccanismo delle clientele, del voto di scambio, dei “regali” sotto elezioni distribuiti alla popolazione; uno strumento sempreverde, l’unico davvero in grado di mettere in crisi i Social Network.

Facebook e Twitter diventano allora non mezzi per ottenere il consenso, ma vetrine per amplificare la portata del proprio operato, il modo più veloce per rilasciare una dichiarazione di soddisfazione o una critica, magari pubblicata dal giornale online di turno.

Utilizzarli come “ufficio stampa” autonomo però rende i Social pericolosissimi dal punto di vista della ricaduta mediatica; affidarsi a persone non esperte o alla gestione diretta guidata esclusivamente dall’istinto è causa di errori a volte macroscopici, generatori di “crisi” talmente gravi che, in certi casi, hanno pure portato alle dimissioni da ruoli importanti.

Come ogni cosa, neppure i Social Network possono essere usati con leggerezza, soprattutto se si ambisce ad una carica pubblica: la regola resta quella dell’arresto all’americana, ossia “tutto ciò che scrivi può sempre essere usato contro di te“. Tanto vale allora inserire da subito una figura preposta a questo nel proprio staff, in modo da ridurre al minimo almeno questo tipo di problemi.

Per ulteriori approfondimenti, chiarimenti e consulenze potete scrivere a giovanni@quarkadv.com e seguire i miei profili Twitter e Facebook.

Immagine  —  Pubblicato: 23 settembre 2014 in Momento serietà
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Riporto qui il post del blog “Parola di Pierpixel” pubblicato sul giornale Siracusa Online.

La scandalosa situazione che vede protagonista gran parte dell’editoria italiana online (ma non solo), abituata a cascare dalle nuvole quando un redattore o un giovane giornalista osa chiedere un compenso superiore all’euro/euro e cinquanta per i pezzi che scrive, pare essere arrivata ad un punto di svolta.

Forse si doveva davvero toccare il fondo per far smuovere gli organi competenti, a cominciare proprio dal mussoliniano ordine di categoria (non è un’offesa, è stato veramente istituito dal Duce nel 1925 con chiare finalità di controllo) per finire con la Federazione Nazionale della Stampa.

Il problema è noto: un editore lancia una testata e, con il miraggio dell’ambita iscrizione all’albo dei Pubblicisti, arruola giovani redattori sottopagandoli o addirittura totalmente gratis.

Le scuse sono sempre le solite: non ci sono risorse, la raccolta pubblicitaria non paga, “intanto acquisisci visibilità”, ecc. Inoltre, ad aggravare la situazione e visto che ogni ordine regionale pretende (giustamente) delle prove di avvenuto pagamento prima di accettare l’iscrizione di un nuovo membro, spesso i redattori che volessero ottenere l’ambita “tessera” devono pagarsi le ritenute d’acconto direttamente di tasca propria (e queste porcate succedono tutt’oggi, anche in realtà locali o nazionali apparentemente solide).

Il problema è che scrivere, piaccia o no, impiega tempo e fatica, di natura certamente mentale ma per questo non meno “degna” di valutazione economica. Scrivere è dunque un lavoro a tutti gli effetti e, come tale, dovrebbe essere retribuito secondo le leggi già in vigore senza, per questo, destare scandali di sorta.

Ma perché questo non avviene?

I problemi sono molti e di difficile soluzione ma la colpa, è meglio metterlo subito in chiaro, non è solo degli editori. E’ infatti vero che se non si possiedono le risorse adatte e si lancia un giornale sapendo che bisognerà cercare qualcuno disposto a scrivere gratis, si parte già con il piede sbagliato; ma è anche vero che chi si mette a disposizione per poco più di un euro al pezzo non può certo dire in giro di avere un lavoro e sicuramente non sta facendo del bene alla categoria.

E’ una questione prima di tutto di dignità: davvero il tempo che impieghi per cercare la notizia, rielaborarla, formattarla, pubblicarla vale così poco? Davvero credi che una testata con gli sponsor in home page sempre in bella vista non sia in grado di pagare magari meno persone ma in maniera dignitosa? Secondo te perché molti editori “assoldano” (si fa per dire) anche 16enni magari di belle speranze ma dallo stile decisamente pietoso? E perché una volta raggiunta una certa maturità, il 99% di questi giovani abbandonano le testate “sfruttatrici” preferendo una vita da freelance o addirittura cambiando proprio mestiere, sperando magari in un posticino in un ufficio stampa?

La soluzione individuata per questo problema è stata, come al solito, di natura legale: obbligare un’azienda, in questo caso un editore, a pagare per forza un tot per ogni articolo sembrerebbe infatti l’idea più intuitiva ma forse rischia di essere ancora più controproducente.

Ci si potrebbe trovare infatti in una situazione tale per cui le testate, essendo costrette a pagare una cifra appunto equa, smettano di chiamare i giovani e decidano di affidarsi invece a volti più noti e sicuri, all’insegna del ragionamento tutto italiota “pago ma almeno ho una firma di prestigio”.

Ancora meno ricambio generazionale e una gerontocrazia addirittura più spinta di adesso: sono due rischi che il sistema, già al collasso, non può correre.

La soluzione che invece potrebbe riuscire a calmierare la grave situazione riguarda prettamente la deontologia di un giornale, quell’insieme di norme più morali che legali a cui in linea teorica un giornalista deve obbligatoriamente attenersi.

Basterebbe infatti che, per ottenere un qualunque tipo di accredito e per esercitare quindi il diritto ad informare i cittadini, ogni testata registrata al tribunale competente dimostrasse di essere in regola con i pagamenti dei suoi collaboratori. Nessuna nuova legge, nessun codice speciale: esiste un tariffario (che può essere rivisto al ribasso al rialzo, questo poi si vedrebbe successivamente) e la testata vi si deve attenere. Un apposito certificato, rilasciato dall’ente previdenziale in tempo reale e in forma telematica, valuterà la regolarità dei contributi e delle eventuali ritenute d’acconto versate per i giornalisti.

Di conseguenza, solo i giornali con tutti i redattori regolarmente pagati e in regola con i contributi potranno esercitare attivamente la loro professione. Naturalmente questo discorso andrebbe considerato solo in caso di testate registrate, mentre per blogger o altre realtà del web il libero accesso agli eventi dovrebbe essere, a parere di chi scrive, una normale prassi.

Insomma volendo gli strumenti per mettere fine a questa piaga esisterebbero già; il nostro consiglio, visto che il sottoscritto ha vissuto pienamente tutte le fasi sopra descritte, è di resistere alla tentazione enon scrivere per editori poco seri che non rispettano il vostro lavoro. Piuttosto aprite un blog e curatevelo, magari con il tempo qualcuno di serio potrebbe notarvi e così potrete avere finalmente un’opportunità di lavoro nel campo dell’editoria.

In ogni caso, DIFFIDATE DAI CIALTRONI!

In principio non è neppure un’idea, è quasi un ologramma mentale che appare e scompare, indefinito. Ma tu sai che c’è, perché l’hai visto, è lì, solo non riesci ad afferrarlo.

Non riesci neppure a comprenderlo…eppure lo hai pensato tu.

Vivi la tua vita, tutto procede come deve procedere ma, nei momenti di relax, lui torna. Ed ogni volta che riappare, aggiunge un dettaglio.

Adesso non è più così indefinito: adesso ha un contorno, ha una forma…e cominci a pensarci anche quando non dovresti, diventi distratto perché in realtà sei troppo concentrato.

Poi viene il giorno in cui ti siedi, prendi un foglio e una penna, e cerchi di dare un nome a un concetto. E’ forse la parte più difficile, sicuramente quella più delicata.

Parli con qualcuno, qualcuno di speciale, che stimi, che ritieni valido, che ritieni a volte anche sprecato, e scopri che questo progetto non solo piace, ma addirittura è quasi necessario.

Scopri che sotto l’apparenza di una città vuota e priva di iniziativa, in realtà cova una brace di idee caldissima ma privata della giusta quantità di ossigeno, indispensabile per una combustione migliore.

Allora capisci che tocca a te togliere il coperchio e soffiare sul fuoco: non sei il migliore, non sei il più titolato, non sei certamente il più adatto, ma sei quello che ci ha creduto per primo e che crede in loro più di tutti.

Ecco che parte il brivido, che organizzi i primi incontri: “la mia idea sarebbe questa”, “voglio sentire le vostre proposte”, “dobbiamo lavorare in sintonia”, “io non voglio essere come QUEGLI ALTRI”…

Getti un po’ di carburante sul fuoco, e la fiamma divampa; ti attivi, ti sbatti, giri a destra e a manca, e trovi il supporto che cerchi.

Poi, un giorno, quello che hai pensato prende vita e finalmente puoi afferrarlo. E dopo la gioia arriva subito l’insicurezza, la paura che attanaglia i cuori delle persone ragionevoli: “ce la faremo?” “E’ davvero un progetto valido?” “Riuscirò a mantenere le promesse?”

Nessuno sa la risposta a queste domande. Tuttavia, il nostro impegno costante sarà quello di ottenere un SI deciso, frutto del lavoro e della passione che ci contraddistingue.

Ed è per questo che saluto, con gioia e paura, l’arrivo della prima bozza di Siracusa Online. Non è la versione definitiva, non è ancora una testata a tutti gli effetti ma già da qualche giorno è possibile leggere alcuni nostri articoli.

Fatelo, e diteci come vi sembrano. Diteci cosa vorreste, cosa non vi piace, diteci tutto: noi non mancheremo mai una risposta.

Siracusa Online sarà un portale alternativo e insieme complementare all’offerta locale che già esiste sul web. Il valore aggiunto è dato dall’esperienza di livello nazionale ed internazionale dei nostri redattori, che potranno offrire qualcosa di più rispetto alle notizie di stretta attualità aretusea.

Siracusa è dunque sempre protagonista ma come punto di partenza e non certo di arrivo dell’informazione. Chi accede a Siracusa Online non lo fa per dare uno sguardo veloce ai titoli e vedere quando rimettono l’acqua a casa sua, ma si ferma e legge con piacere i vari approfondimenti, argomentati in maniera professionale ma non asettica.

In attesa di diventare un vero e proprio giornale web, vi invito ancora una volta ad inviarci segnalazioni e suggerimenti tramite i numerosi canali sociali attivi (Facebook, Twitter, Google+, Pinterest, LinkedIn) o anche direttamente via email all’indirizzo redazione@siracusa-online.it .

Come detto, risponderemo a tutto e a tutti.

E speriamo bene!